••• Tristano Ajmone — SURVIVOR ••• |
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Biografia di Tristano AjmoneStilare una biografia che non sia meramente una sequenza di date e conseguimenti è già, di per sé, un compito non meno arduo che banalizzante. Tentare di ricostruire la propria biografia esistenziale dopo aver attraversato l’inferno psichiatrico è pressoché impossibile. La biografia di una persona che ha sperimentato la psichiatria è necessariamente una biografia incompleta — a prescindere da come si decida di classificare il proprio vissuto. Gli intervernti psichiatrici sono mirati alla modificazione del comportamento, e a tal fine la psichiatria non esita a ricorrere a tecniche di destabilizzazione psico-fisiche. Ogni iter psichiatrico segue un protocollo consolidato, le cui tappe garantiscono di incanalare il paziente lungo la sua carriera di «malato mentale». Prima tra esse è l’accettazione dell’etichetta stigmatica «malato di mente». La non accettazione di questa bollatura implica il giudizio clinico di «inconsapevolezza di malattia», giudizio cui si accompagna la protrazione a tempo indeterminato del periodo di «cura» coercitiva. La mia biografia interiore ruota attorno al mio ostinato rifiuto di accettare la marchiatura a fuoco della diagnosi. All’epoca in cui iniziò il mio iter psichiatrico non immaginavo quanto sarebbe durato il braccio di ferro con gli «esperti». Agli psichiatri non sono richieste particolari abilità per protrarre all’infinito il gioco della «resistenza alla terapia»: incrementano di colloquio in colloquio i dosaggi dei tranquillanti — fino a incapacitarti a leggere un libro, guardare la televisione, sostenere una conversazione. L’unico limite a questo braccio di ferro è quello biologico: quando il corpo del paziente non è più in grado di reggere il livello di intossicazione farmacologica (nel mio caso fino all’ingiallimento delle unghie), e il paziente non cede alle minacce, il modo classico per gestire l’imbarazzante «insuccesso terapeutico» (e prevenire un decesso prematuro) è quello di trasferire il paziente in un altro istituto. La vita dell’internato psichiatrico non è una vita vera e propria, così come la si concepisce nel mondo libero, piuttosto essa è il simulacro di un’esistenza su piccola scala, che si consuma in un mondo imperfetto studiato ad hoc per persone ritenute imperfette. Di trasferimento in trasferimento gli appigli ad ogni micro-realtà di riferimento vanno dipanandosi, imponendo un sempre minore interesse per il fievole mondo offerto dall’istituto. Il rifiuto a partecipare ai programmi di riabilitazione e reinserimento è la strada maestra per la salvaguardia della propria identità di fronte agli assalti psichiatrici. Non vi è evoluzione interiore lungo un percorso tracciato da «esperti clinici» che ti considerano una disfunzione biochimica, così come nessun traguardo raggiunto sotto coercizione è mai una conquista. Io mi sono guardato dentro, ho confrontato i miei difetti caratteriali con lo schifo che serbavano nell’anima i miei freddi carcerieri, ed infine ho scelto di rimanere me stesso, di non volere il loro «aiuto», la loro compassione crudele. L’esperienza psichiatrica è stata altamente destabilizzante — ha calpestato i miei valori e infranto la mia identità attraverso un’opera di sistematica disumanizzazione psicologica e ambientale. Dopo quello che ho attraversato non riesco più a vedere il mondo con gli occhi di un tempo. La mia biografia stessa è stata decontestualizzata, incrinata e svalorizzata. La biografia interiore risulta sfalsata rispetto a quella esteriore (per altro ormai solo più una formalità colloquiale). Per questo motivo non intraprenderò l’impossibile compito di scrivere la mia biografia. |